Il budget di luglio non è il budget di giugno
Dividere il budget annuale per dodici è una comodità contabile che non ha alcuna relazione con il modo in cui le persone comprano. Come si rialloca luglio invece di tagliarlo.
C'è un'abitudine che sopravvive in quasi tutte le aziende con cui lavoriamo, e sopravvive perché nessuno la mette mai in discussione ad alta voce: il budget pubblicitario viene diviso per dodici. Si prende la cifra annuale, la si spalma sui mesi, e ogni mese riceve la sua fetta identica a quella precedente. È una scelta che ha una sua eleganza contabile e nessuna relazione con il modo in cui le persone comprano.
Il problema è che la domanda non è piatta. Non lo è mai stata in nessun settore, e a luglio la distorsione diventa evidente. Chi vende arredamento da esterno vive tre mesi che valgono più degli altri nove. Chi vende formazione professionale vede il proprio pubblico sparire esattamente quando il costo per raggiungerlo si abbassa. Chi lavora nel turismo ha già venduto a maggio quello che consegna ad agosto. Tre curve completamente diverse, e in tutti e tre i casi il budget di luglio è identico a quello di giugno perché così dice il foglio Excel.
La domanda ha una forma, e va guardata prima di allocare
Prima di decidere quanto spendere a luglio, la domanda giusta non è "quanto ho speso a giugno". È: in quale punto della curva mi trovo adesso, e cosa sto comprando con questi soldi.
Ci sono mesi in cui compri conversioni immediate, perché il pubblico è nel momento della decisione e ogni euro speso torna indietro entro il ciclo di vendita. E ci sono mesi in cui compri qualcos'altro: memoria, liste, dati, saturazione. Sono due acquisti diversi, con due orizzonti temporali diversi, e vanno misurati con metriche diverse. Confonderli è il motivo per cui a fine luglio qualcuno guarda il ROAS, lo trova più basso di giugno, e taglia il budget nel momento peggiore possibile.
Luglio in Italia è quasi sempre un mese ibrido. La prima metà somiglia ancora a giugno: le persone lavorano, decidono, comprano. Dalla seconda settimana in poi comincia lo scollamento, e la velocità con cui avviene dipende dal settore e dalla geografia del tuo pubblico più di quanto dipenda dal tuo prodotto. Un pubblico B2B del Nord Est si smaterializza prima di un pubblico B2C nazionale. Un pubblico locale segue il calendario scolastico. Sono cose che si vedono nei dati, non nelle sensazioni.
Il rischio vero non è spendere troppo, è spendere nel modo sbagliato
Quando si parla di stagionalità la reazione istintiva è difensiva: se il mese è debole, taglio. È una risposta che sembra prudente ed è quasi sempre sbagliata, per due motivi.
Il primo è che tagliare e riaccendere ha un costo nascosto. Ogni volta che una campagna si ferma e riparte, l'algoritmo ricomincia da capo a imparare, e i primi giorni di riavvio sono i più cari e i meno efficienti che avrai. Se spegni a fine luglio e riaccendi a settembre, i tuoi primi dieci giorni di settembre li paghi due volte: una in budget e una in performance persa mentre il sistema si riorienta. La continuità ha un valore economico misurabile, e va messa nel conto prima di premere pausa.
Il secondo è che il costo dell'attenzione cambia insieme alla domanda. Quando molti inserzionisti si ritirano, l'asta si sfolla e il prezzo scende. Non è un dettaglio tecnico: significa che nel mese in cui converti meno, spesso raggiungi di più con gli stessi soldi. Se sai cosa farci con quella copertura, luglio smette di essere un mese da subire e diventa un mese da usare.
Riallocare, non ridurre
L'esercizio concreto è semplice e quasi nessuno lo fa: prendi il budget di luglio e non chiederti se ridurlo, chiediti come ricomporlo.
Se la tua curva di domanda scende, la quota di budget dedicata alla conversione immediata scende con lei, ma la quota dedicata alla costruzione di pubblici sale. Contenuti che generano visualizzazioni video profonde, lead magnet, iscrizioni, tutto ciò che nei mesi caldi non ti puoi permettere di far girare perché quel budget serve altrove. A luglio te lo puoi permettere, e quello che raccogli diventa la materia prima del retargeting di settembre.
Se invece la tua curva sale — e ci sono settori in cui luglio è il picco assoluto dell'anno — allora la domanda è opposta: perché stai spendendo la stessa cifra di un mese qualunque nel momento in cui il mercato è disposto a comprare? Lì l'errore non è il taglio, è la timidezza. Se il ritorno regge, il budget deve seguire la domanda finché regge, non finché il piano annuale dice che è finito.
Una nota sul tempismo
C'è un'ultima cosa, ed è quella che nella pratica fa più differenza di tutte le altre messe insieme: queste decisioni vanno prese mentre luglio sta succedendo, non a consuntivo. Un'analisi di stagionalità fatta a settembre è un documento interessante. La stessa analisi fatta il 5 luglio è una decisione che vale soldi.
È la ragione per cui riteniamo che il marketing non sia un processo aziendale come gli altri. Un processo si progetta, si approva, si esegue. Il marketing si aggiusta mentre corre, perché la finestra in cui una scelta ha valore è quasi sempre più stretta del tempo che serve ad approvarla. Perdere l'occasione costa quasi sempre più che sbagliarla — e con una struttura che sa leggere i propri numeri in tempo reale, sbagliarla davvero è molto più difficile di quanto sembri.
Luglio non è un mese morto. È solo un mese che chiede una domanda diversa.
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